… AUSCHWITZ

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AUS_3Pugni. E ancora pugni nello stomaco. E ancora. Ancora. Ancora. Fino a quando non si molla quel pensiero che è Auschwitz e Birkenau. Il problema è che dopo la visita ai campi, questo pensiero, è uno di quelli che mi assale di più. Camminare nella neve fa venire freddo. Camminare nella memoria e nel ricordo, fa male. E quel brivido che percorre la schiena non era dovuto al freddo. No, perché il brivido non può partire dal primo passo fatto dentro Auschwitz e finire praticamente…mai, perché ricomincia ogni volta che si ricorda. Quella strana perfezione geometrica, quel silenzio che avvolge spazi immensi, fa male. Fa male sapere che tutto quello è stato progettato, immaginato, pensato, voluto, e, dannatamente realizzato. La felicità di ognuno di noi, entrata nei campi, è scomparsa. La voglia di scherzare, di parlare con il compagno che ti sta accanto, ad un certo punto, sparisce: era il silenzio quello che regnava in quelle ore. Il silenzio descriveva il tutto e in maniera impeccabile. Non c’era niente da fare. Quello che ci hanno raccontato a scuola, quello che è scritto nei libri di scuola, quello che sentiamo in TV, è vero. Dentro Auschwitz non è che si decide di non parlare. Non si ha la forza. Non si ha il coraggio. Però si ha la forza di pensare che poi, alla fine, noi, non siamo così sfortunati. Anzi. Noi abbiamo ereditato la libertà proprio da quelle persone che hanno perso la vita perché altri pensavano fossero diversi, per aver detto una parola in più, o, qualche volta, una in meno. Noi siamo fortunati ad essere liberi. Ad ogni deportato non veniva tolta la libertà di parola, di pensiero o di qualsiasi altra cosa. Non veniva tolta la libertà. Veniva tolto l’essere persona, l’anima. Veniva praticamente tolto tutto. Dentro il campo non si era qualcuno, si era qualcosa. Non eri più Marco, Giuseppe, Maria, Giulia. Eri 029485, 495844, 958674, 586845. Eri un numero. Ed eri un numero fino a quando si entrava nelle camere a gas, e successivamente nei forni. A quel punto eri era cenere. Auschwitz non è un posto che viene citato solo nei libri di scuola. Auschwitz non è un posto di cui si parla solo tanto in giro. Significa parlare con le persone e dire, che, Auschwitz, c’è davvero. Dire che Auschwitz esiste. Tornare da Auschwitz significa diventare ambasciatori della libertà.. Significa che ogni Ventisette Gennaio, come data, la si sente dentro dopo la visita. Significa ricordare. Significa saper godere la libertà. Significa saper ricevere quei famosi pugni nello stomaco e non lamentarsi. Significa ricordare. Significa non permettere che non succeda la stessa cosa. Perché, non deve succedere. E non succederà se gli altri ricorderanno. Non succederà se io ricorderò. Non succederà se ognuno di noi ricorderà. A partire da adesso.

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