Da reality game ad aiuto concreto

20 maggio 2009, scritto alle ore 18:09
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“Benvenuti a Beirut”!. Il prof. Francesco , responsabile della sicurezza del Com 1, ci accoglie così. Il suo sorriso e la sua potente stretta di mano trasmettono energia. Gli occhi, però, difficilmente riescono a nascondere i sentimenti. I nostri occhi parlano con un linguaggio semplice ma efficace, non hanno bisogno di inutili giri di parole, basta qualche frazione di secondo ed è tutto chiaro.

Dimenticare quella terribile nottata del 6 Aprile è impossibile. Poco più di un minuto e madre natura è riuscita squarciare la terra e soprattutto il cuore degli aquilani.
La prof. ssa Cordeschi ,foggiana d’origine ma da anni insegnante presso l’ITIS “Amedeo Duca d’Aosta” di Colle Sapone( frazione de L’Aquila), è la nostra “guida” all’interno del centro operativo misto 1.Grazie alla sua disponibilità visitiamo quel che è rimasto di agibile all’interno di un intero polo scolastico che comprendeva quasi tutte le scuole medie superiori del capoluogo Abruzzese.

“Una frustata…immaginate un gigante che vi prende e vi sballotta impotenti. Non ci si rendeva conto di ciò che era realmente accaduto sino a quando non è sorto il sole”: la prof. ssa parla della drammatica esperienza mentre un passo dopo l’altro avanziamo per i corridoi semi deserti. I ragazzi sono fuori sotto le tende, all’interno,invece, nei pochi spazi rimasti, lavorano senza sosta i docenti, i presidi e le segreterie. “ Il nostro obiettivo è quello di riuscire a far ripartire la scuola a settembre… ma la vedo difficile..” La gran voglia di andare avanti incontra giorno dopo giorno nuovi ostacoli, il motto è “Lottare per il futuro, ricostruire la città”. Lo ricordano ad ogni angolo i vecchi spazi pubblicitari che sembrano aver acquisito personalità, trasformandosi da semplici mezzi propagandistici a vere e proprie grida di speranza e coraggio. In ogni immagine il poderoso rapace , simbolo stesso della città, aperti gli artigli e spalancate le ali fa suoi i vari messaggi. La forza di quelle parole ci lascia attoniti con un sentimento misto tra rabbia e impotenza.

Il momento tanto atteso del dono arriva quando già una prima idea della situazione si è formata . In cuor nostro, però, sappiamo che quello visto, altro non è che la bella faccia di una medaglia non ancora voltata. Con il nostro bel pulmino seguiamo il mitico prof. Francesco che ci conduce nei seminterrati della scuola dove una volta c’erano i laboratori. Qui possiamo scaricare il materiale acquistato, fare qualche foto di rito e osservarci un po’ intorno. I piani inferiori sono sempre i meno interessati dalle conseguenze del sisma ed effettivamente tutto sembra al proprio posto. Un collaboratore ATA ci spiega il perché della straordinaria resistenza dell’edificio. “Cubi di cemento armato” questo il titolo del plesso progettato da Renzo Piano. “..brutto a vedersi ma almeno è rimasto in piedi” ; dall’esterno la scuola sembra un porticciolo con tanti container accatastati uno sull’altro, ma la forza è proprio nella sua struttura. I vari blocchi conferiscono dinamicità all’edificio andando ad assorbire separatamente le potenti onde d’urto provocate dal terremoto. A loro volta i singoli blocchi sono ulteriormente sezionati in parti da 15m per garantire una maggiore sicurezza. I risultati sono più che evidenti. Le forze vengono scaricate lungo le tramezzature così ,se tutto va male, crollano i muri ma i danni vengono fortemente limitati. Alla domanda “vi va di visitare il piano superiore?” l’adrenalina sale alle stelle e la risposta è scontata. In silenzio saliamo le scale, la curiosità è tanta ma non equiparabile allo shock provocato da ciò che si presenta davanti a noi. Il piano sembra inclinato; in realtà si tratta del muro che ha ceduto provocando uno strano effetto ottico. Mi ricorda una di quelle scene tratte dai film di guerra . Il silenzio è quiete apparente dopo una tempesta non ancora terminata.

Scendiamo ancor più in silenzio di prima e ci avviciniamo all’uscita. La prof. ssa Cordeschi riceve una telefonata: è la Preside dell’ITIS “Amedeo Duca d’Aosta ” che ci dice di raggiungerla alla tendopoli “il Globo”. Percorrendo le strade sono chiari i segni lasciati dal sisma. Case crollate , palazzi sventrati, lesionati, auto distrutte…. LA Prof. ssa continua a ripetere : “ Tutto ciò che sembra sano fuori, è totalmente crollato all’interno”…
I militari sono ovunque. Hanno il compito di mantenere l’ordine e soprattutto salvaguardare la sicurezza di ogni singola persona. Ad un certo punto notiamo i limiti della invalicabile zona rossa. Sembra di essere tornati alla Berlino di qualche anno fa. Dietro le transenne c’è il centro storico, il cuore pulsante di ogni città, il vero motore della complessa macchina cittadina,uno dei più importanti punti di riferimento venuti a mancare per gli aquilani.

Le tapparelle chiuse ed i cancelli serrati sono il segno evidente di un processo di recupero ancora molto lungo. Per ordinanza del Sindaco, non si può rientrare nelle proprie case. La casa, luogo da sempre considerato nostro rifugio e nostra fortezza, si è trasformato in pericolo. “La casa è principale punto di riferimento. Non potervi accedere ci destabilizza”. La data del rientro alle proprie abitazioni , a differenza di quello che i mass media vogliono farci credere, non arriverà molto presto…“prima dovranno cessare definitivamente le scosse e terminare le operazioni di messa in sicurezza, poi forse arriverà la revoca dell’ordinanza”
Le Squadre speciali dei Vigili del fuoco hanno catalogato gli edifici ,pubblici e non, secondo una scala di agibilità che va da A ad F, terminata la prima fase se n’è aggiunta un’altra , ancora in atto, che verifica la conformità dei lavori svolti in fase di costruzione in base a quelle che sono le norme stabilite nel territorio aquilano classificato ad alto rischio sismico. Ogni minimo abuso è segnalato e l’edificio posto sotto sequestro.

La prof. ssa Cordeschi è tra i cittadini più fortunati. La sua casa è stata poco intaccata ma è sistemata provvisoriamente insieme ai vicini e a tutta la sua famiglia, in giardino. Paradossalmente chi ha voluto non creare disagio decidendo di non alloggiare in tendopoli ma arrangiandosi in macchina, tenda, caravan,… è stato dimenticato. Ricevuti gli aiuti (tempestivi e assolutamente fondamentali) per i primi due giorni sono stati letteralmente abbandonati e considerati “privilegiati”.
Alla tendopoli ci accolgono con calore e dolcezza diversi insegnati tra i quali Filippo Romano docente di matematica del liceo Classico e dell‘ITAS responsabile del CSA del
Campo Globo e Palma Franceschini un’insegnante volontaria che coordina con grinta le attività scolastiche.
All’ingresso gli uomini armati accertano che chi entra nel campo abbia il pass, ma tutto è all’ordine del giorno e ormai nessuno ci fa più caso.
Lungo un viale, un rude pezzo di legno ricorda le piccole vittime innocenti del terremoto.

Abbiamo la fortuna di visitare le tende. Sono ben attrezzate con banchi cattedre e piccole lavagne. Ci sono i libri, i dizionari, i giochi per i bambini, gli attrezzi da lavoro per i più grandi.
Prendiamo posto tra le file del banchi e insieme alla Preside avviamo un momento di confronto. Ovviamente a parlare sono solo loro, i protagonisti di questo dramma. Ognuno ha un’esperienza da raccontare. Noi non possiamo che ascoltare rimanendo in silenzio. Tante sarebbero le domande da porre, ma di fronte agli occhi lucidi subentra l’inevitabile nodo alla gola che quasi impedisce il respiro. I discorsi spaziano dall’edilizia alle esperienza tragiche, dall’attuale condizione precaria ai progetti futuri….tutti però ricordano il tanto noto boato: ognuno cerca di “descriverlo” a modo proprio, ma nessuno riesce a renderci l’idea….lo possiamo solo immaginare: forse un tuono più forte; forse l’esplosione di una bomba; forse lo scoppio dei fuochi d’artificio…nessuno di noi saprà mai che tipo di rumore cercano di farci comprendere; ma loro lo ricordano bene: lo porteranno sempre nel loro animo, nelle loro orecchie…
Ogni tanto il cellulare della Preside squilla interrompendo il dialogo, è il segno tangibile dell’impegno che ognuno di questi piccoli grandi personaggi quotidianamente mettono in campo.

L’ultima a parlare è Palma Franceschini. Vuole ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a realizzare le scuole campo: il capo della Protezione Civile Paolo Vita, l’Ana (associazione nazionale alpini), il colonnello Tommaso Tescione dell’Esercito Italiano e tutti i volontari. Tra le persone conosciute durante la giornata lei è quelle che di sicuro ha mostrato più grinta. Ha già fatto tantissimo dal terremoto ad oggi ma sa che non ci si può fermare. Sa bene che il compito della ricostruzione è nella mani di chi è rimasto lì a soffrire il caldo, il freddo e tutti i disagi che una tendopoli comporta rinunciando alle comodità dell’albergo. Con entusiasmo mi racconta della scuola e dei progetti lavoro da lei studiati. Le lezioni si svolgono tutte le mattine dalle 9:30 alle 12:30. Sono ore particolari trascorse “diversamente” , con dialoghi tra studenti e psicologi, attività facoltative e lezioni collettive. Palma con tanta serenità si difende dalle critiche di chi pensa che quei ragazzi si stiano cullando un po’ troppo dicendo che “ la scuola non è quella dei voti, ma quella dei bisogni degli studenti”
Un’occhiata all’orologio ed improvvisamente sono le 14:00!! Il tempo è volato.
Salutiamo i nostri ospiti e con il magic Ducato bianco imbocchiamo la via del ritorno.
Nessuno di noi riesce a parlare…ogni parola ci sembra inutile, ogni frase scontata….Tutte le banalità della vita quotidiana, quella che noi giovani viviamo spesso in maniera superficiale e disattenta, ci sembrano stupidaggini al cospetto di tutto quello che i nostri occhi hanno visto….

Pensare a delle famiglie costrette a dormire nelle cuccette dei treni fermi in Stazione; pensare alla Mamma di un ragazzo disabile che sistema dei fiori all’ingresso di una tenda per cercare di rendere l’atmosfera un po’ più tenera e meno dura; pensare a un bimbo che impegna il suo tempo nel ricostruire col suo papà una vecchia bicicletta; pensare ad una campana nella “scuola-campo” costruita con un uncino di ferro su cui batte un asse in grado di scandire le varie ore scolastiche; pensare ad un nonno che è costretto a camminare vicino a noi estranei in pigiama….
Gli Abruzzesi sono stati colpiti nella loro più profonda intimità….non hanno perso soltanto i propri cari, le proprie case; ma hanno perso i loro punti di riferimento; i loro “ripari” fisici e morali, le loro più semplici abitudini…
..eppure ci colpisce un aspetto del loro atteggiamento: nonostante la tragicità della loro situazione, riescono ad essere estremamente dignitosi e talvolta “ironici”…riescono a fare delle “battute”, alle quali difficilmente riusciamo a sorridere…eppure loro ci riescono; sanno che non è il momento di abbattersi e che è fondamentale riuscire ad abbozzare un piccolo sorriso, un sorriso dietro al quale si cela tanta tristezza e sofferenza…

Nel viaggio di ritorno gli sguardi sono tutti persi nel vuoto; qualcuno pensa che “forse sarebbe stato meglio non vedere”…e invece “no…noi l’abbiamo solo visto, loro lo hanno vissuto, questo deve aiutarci a riflettere e a cercare di diventare delle persone migliori, più consce di quello che abbiamo e più contente di avere ancora intatta una cosa che diamo sempre per scontata:la nostra Quotidianità”….
Il mio linguaggio limitato mi impedisce di tradurre perfettamente in parole i nostri sentimenti. Quelle immagini, quella gente, quella città distrutta ma grintosa, quella quiete…tutto ha lasciato un segno indelebile dentro di me e sicuramente dentro chi ha avuto la possibilità di esserci : Giusy , Anna , Antonio, Francesco, Nicola e Stefano.
Fisicamente eravamo solo in quattro ma è come se tutti noi giovani parlamentari fossimo stati lì, in quella che con un simpatico suggerimento ha chiamato “Beirut”.

Paolo Abrescia

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